Il Cappello a Punta dei Fèrathim come archetipo di trascendenza

Un’esplorazione simbolica e mitopoietica delle Sette Stelle e del popolo dei Fèrathim, gli Stregoni Bianchi giunti da mondi ancestrali per guidare le Sei Razze di Edelëas contro la Disarmonia.

29 Aug 2025 Gianluca Vincenzo Liserra 5 min di lettura Lore
Il Cappello a Punta dei Fèrathim come archetipo di trascendenza
Il Cappello a Punta dei Fèrathim come archetipo di trascendenza

“I marinai antichi le chiamavano le Stelle dei Velieri, o anche le Sette Sorelle, e con esse calcolavano i cicli dei loro rudimentali calendari. Quando si levavano di maggio, al di sopra dell’orizzonte notturno, significava ch’era giunta alla fine la stagione delle tempeste, e che si poteva navigare il Grande Mare di Sèan senza pericolo. Erano le Stelle più amate, poiché compagne celesti di viaggio. I cuori dei viandanti lontani dalle proprie rive si rinfrancavano alla loro vista, e così i marinai composero in loro onore poemi e canti.

Forse per intuizione, o forse per conoscenza direttamente trasmessa dai Tre Vheliam stessi, gli Uomini antichi ritenevano che intorno alle Sette Stelle ruotassero dei mondi simili a questo. Ciò fu poi comprovato allorquando Eàhteril radunò da tali mondi i Sette Fèrathim, donando loro una nave a forma di scudo (possente e argentea come la luce della luna) per navigare tra le steppe siderali e approdare in Edelëas per aiutare le Sei Razze a resistere alla Disarmonia dell’Avversario dell’Universo.

Essendo il ricordo della loro patria ancestrale ben impresso nelle loro menti, i loro cuori erano nostalgici e, nelle notti terse (sia che riposavano che mentr’erano in cammino), i Sette Fèrathim avevano preso l’abitudine di osservare trasognanti il cielo, soffermando lo sguardo sulle Stelle dei Velieri e spesso errando lontano dalle loro mete o fermandosi per giorni nello stesso punto ove s’erano arrestati.

Così, per non venir rapiti dal cielo stellato e dunque imponendosi di rimaner concentrati sulle loro missioni, decisero di fabbricarsi dei cappelli dalla larga tesa, in modo che il loro sguardo potesse essere rivolto sempre davanti a loro. Tuttavia, consci che i loro pensieri erano sempre orientati verso le stelle, non posero una cupola in alto, bensì un cono con la punta verso l’alto. Col passare degli anni, tale cono inevitabilmente s’afflosciava, ma il significato simbolico dell’intero cappello rimaneva immutato: un Fèrathim doveva sempre osservare il mondo che abitavano, pur aspirando alle stelle.”


Il brano riportato qui sopra fa parte di uno pseudo-biblion che ho elaborato anni fa come racconto cosmologico e cosmogonico di Edelëas intitolato Il Tema della Creazione di Àstoreth. Un accenno a tale opera ricorre nel racconto La Musica di Ïlmatal, già edito con Streetlib e disponibile su varie piattaforme letterarie come LaFeltrinelli. All’inizio della suddetta opera non avevo ancora contemplato l’idea di fare dei Sette Stregoni (i Sette Fèrathim) degli abitatori ancestrali di altri mondi. L’idea mi è venuta in mente quando ho pensato distrattamente all’ufologia moderna, dove gli alieni Pleiadiani sono dipinti come esseri benevoli, portatori di saggezza e conoscenza spirituale. Essendo questo lo scopo degli Stregoni Bianchi, ho pensato che sarebbe stato interessante fondere questo mito moderno con quello del mio mondo, aggiungendo un tassello che spesso il fantasy moderno trascura, cioè la conoscenza di altri mondi oltre quello in cui si svolgono gli eventi della saga.


Ovviamente, dato che ogni elemento della mia mastodontica lore ha uno scopo ben preciso (oltre ad un rimando estetico che riuscivo ad immaginare nella mia testa), ho deciso di mantenere per gli Stregoni Bianchi l’idea del famoso (e forse oramai inflazionato) cappello a punta, dando però ad esso un significato simbolico particolare.


L’idea dei Fèrathim come degli “alieni alienati” (scusate il gioco di parole) che sentono nostalgia di casa mi pareva azzeccata, e la motivazione del perché indossino tutti (Streghe e Stregoni) dei cappelli a punta dalla larga tesa l’ho riportato proprio nel brano sopracitato.


Il cappello, però, a livello archetipico ha una valenza ancora più profonda, in quanto sostitutivo della corona ed emblema della testa e dei pensieri che da essa scaturiscono. Oltre ciò, il cappello in molte culture antiche sostituiva i capelli, i quali erano visti come una sorta di antenne in grado di comunicare direttamente con l’Universo.

Nel medioevo europeo, copricapi conici erano spesso associati a gruppi separati, il piĂš delle volte messi ai margini della societĂ , e agli alchimisti.


I Fèrathim, in Edelëas, sono anch’essi una razza separata, la quale entra sì in contatto con gli altri popoli e con essi collabora, ma non si mescola mai a livello di stirpi.

Gli Stregoni mantengono dunque una sorta di “purità metafisica”, pur essendo consapevoli della loro umile piccolezza in quanto creature e dunque fratelli alla pari delle altre razze.


Storpiature di tale pensiero lo si ritrova tra la setta degli Ùlthur fondata da Kòlcan Barbanera, i quali ritengono realmente se stessi superiori agli altri dimenticando la loro umiltà e ritenendosi legittimati a dominare sulle altre razze.


Inoltre, come gli alchimisti, i Fèrathim lavorano instancabilmente su loro stessi per “ricordare” la loro realtà siderale, cioè la loro essenza quando ancora le loro anime abitavano i mondi delle Sette Stelle.


Il cappello a punta dei Fèrathim, oltre a rappresentare la regalità ontologica di chi lo indossa e i suoi pensieri, può essere letto anche come simbolo del mondo immanente (la larga tesa) come base e radice della conoscenza (il cono) che eleva l’anima verso il mondo trascendente simboleggiato dal cielo stellato.


Dunque il cappello a punta è uno strumento di ricordo per il Fèrathim che mantiene lo sguardo puntato alla materialità di Vahèm, ma è conscio che i suoi pensieri devono sublimarsi per trascenderla.

È emblematico che, come andremo ad analizzare in un altro articolo, gli Ùlthur invece, non indossa cappelli a punta, ma spesso porta sulla testa un cappuccio.


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