Nella foga della corsa perse l’orientamento, sicché si ritrovò in un posto di Frascafoglia in cui non aveva mai messo piede prima.
Ascoltando distrattamente gli ululati e i latrati che oramai parevano echi lontani, si fermò un attimo e, piegatasi in avanti per recuperar fiato, osservò ciò che le si profilava di fronte.
Il terreno declinava dolcemente verso il basso, creando una leggera depressione tappezzata da uno stuolo di delicate margherite bianche dagli alti steli e bordata da maestosi cipressi dalla fitta chioma che giganteggiavano come silenti sorveglianti.
Al centro stava il tronco di un albero sradicato con le grosse radici che ricordavano le zampe contorte di un ragno; un po’ più in là v’era un vecchio e stanco faggio che pareva quasi avvizzito e sul punto di cader giù.
Dall’altra parte della conca, un piccolo ruscelletto usciva dagli alberi a nord per poi rientrarvi ad ovest, descrivendo un ampio gomito.
Mentre la giovane Strega era intenta ad osservare incantata quel luogo sperduto con le braccia distese lungo i fianchi, la coltre di nuvole si squarciò leggermente, permettendo ad un frammento di luna di far capolino e di gettare sul mondo un po’ della sua luce.
Baciati dai raggi argentei, i flutti del ruscello parvero mutarsi in vibranti cristalli scintillanti, e il loro sciabordio fu come un melodioso e fresco tintinnio.
Subitamente il vento calò, e finissime e frizzantine gocce di pioggia iniziarono a cader giù dal cielo.
La Fèrathim discese lentamente nella conca e, accarezzando distrattamente le margherite con le punte delle dita, s’avvicinò al tronco sradicato per cercare un piccolo anfratto nel quale ripararsi.
Di cavità però non ve n’erano, e pur tuttavia piombò pesantemente all’indietro, sprofondando nell’umida terra e macchiandosi la veste di fango.
Ivi stette per qualche minuto a tentar di recuperare le forze, fin quando non realizzò che la pioggia, tutto sommato, non era poi così fastidiosa come in un primo momento le era sembrata; anzi si rese conto che le procurava un’inconsueta ma alquanto piacevole sensazione.
Abbandonando perciò ogni resistenza, ispirò profondamente l’inebriante profumo di terra bagnata e si lasciò rapire dallo sciabordio del ruscello, dal soffice scroscio della pioggia e dal fruscio delle chiome degli alberi.
Chiudendo gli occhi e arricciando le labbra in un leggerissimo sorriso, sollevò gli avambracci, aprì le mani a palmo e, rivolgendole al cielo, raccolse qualche goccia d’acqua.
Mentr’era focalizzata sulle sensazioni che l’ambiente le procurava, ecco che inaspettatamente una delicata e fioca voce (come se provenisse dagli abissi che separavano il globo terracqueo dalle stelle) echeggiò nelle sue orecchie sussurrando: “Anche nella notte più oscura, vi è sempre una stella che illumina il cammino!”
La giovane Fèrathim ripeté ad alta voce le parole che aveva poc’anzi udito e, con le labbra lievemente dischiuse ed imperlate di minuscole e fresche goccioline (che scivolandole in bocca mandò giù in gola), sentì come se la sua anima stesse venendo finalmente mondata da ogni genere di lordura.
Avvertì finalmente la pancia più libera e le spalle meno gravose, e il cuore, sussultante, divenne incredibilmente leggero come il pappo di un soffione.
Un’inaspettata epifania dissipò la nebbia che avvolgeva la sua giovane mente, facendole realizzare che ciò che non poteva essere trattenuto doveva essere lasciato andare quella notte stessa.
Difatti la paura della follia causatagli dall’apparizione dello spettro, il risentimento per Terèdon e gli altri giovani che le avevano spezzato il cuore, il dolore per la perdita dei suoi parenti, e la conseguente rabbia e impotenza traboccarono dal suo cuore come un fiume in piena, mescolandosi coll’acqua del cielo per poi scorrer via e disperdersi in chi sa quale altrove.
Conseguentemente ricordò le parole che suo zio, tempo addietro, usò per farle intendere cosa fossero l’attaccamento e la possessione e, sussurrando sommessamente, disse tra sé e sé: “Come l’albero è attaccato alla terra...”
Quindi avvicinò le palme delle mani alle labbra e poi vi soffiò sopra energicamente, facendo schizzare le gocce d’acqua qua e là.
“Io sarò sempre attaccata a voi...” esclamò dischiudendo gli occhi per poi soggiungere dopo una breve pausa: “Ma non vi possiedo!”
Richiusi poi gli occhi, alzò il mento verso l’alto, e continuando a lasciarsi bagnare dalla pioggia (che nel frattempo s’era trasformata in un intenso acquazzone) si fece scivolare i polpastrelli delle dita delicatamente lungo tutto il viso.
La Fèrathim prese per questo un simbolico lavacro, sperando in cuor suo che le sensazioni e la chiarezza che in quel frangente stava vivendo l’accompagnassero per sempre in futuro.