La Battaglia di Mun: L’attesa prima dello scontro

Un assedio imminente, una tempesta furiosa e un giuramento d’onore cambieranno per sempre il futuro della città

26 Aug 2025 Gianluca Vincenzo Liserra 5 min di lettura Extract
La Battaglia di Mun: L’attesa prima dello scontro
La Battaglia di Mun: L’attesa prima dello scontro

[...] Iniziò l’attesa, lunga e snervante, e la quiete che tutti sapevano si sarebbe spezzata da un momento all’altro non faceva altro che acuire l’ansia. Molti erano coloro che, nella loro mente, desideravano che il nemico attaccasse subito senza far loro aspettare. Le lame fremevano nelle mani dei soldati, così come pure le frecce e gli archi in quelle degli arcieri.
Il meriggio passò lento, e cedette il passo alla sera.
La luce del crepuscolo inondò la campagna, e tutto parve immerso nell’oro. Le ombre presero ad allungarsi, le montagne, l’erba e le colline s’incupirono.
Quindi il sole tramontò, e portò via con sé quel po’ di calore che riscaldava le membra dei cavalieri e dei soldati sulle mura.
Nuvole grigie cominciarono ad ammassarsi sulla città, eclissando la luce argentea della luna e quella fredda delle stelle.
Improvvisamente tutto fu immerso nell’ombra, e la terza cerchia fu illuminata solo dal riverbero delle torce accese sulle mura e vicino ai trabocchi.
Il vento, che fino a quel momento era leggero e proveniente da sud, cominciò a soffiare con più violenza, parendo annunciare l’approssimarsi di una tempesta.

Mentre tutti trattenevano il fiato e la parola aveva smesso di occupare il tempo tra i tesi soldati, un fulmine squarciò in lontananza il cielo. Poco dopo il rombo del tuono echeggiò nell’aria, facendo tremare la terra. Una fine pioggerella cominciò a cadere dall’alto, scrosciando sugli elmi dei soldati. Passò qualche minuto, e le gocce cominciarono a precipitare più fittamente, diventando un violento acquazzone. Molte fiaccole s’inzupparono di acqua e quindi si spensero, e inutile fu il tentativo di molti uomini di riaccenderle. Così, gli arcieri sulle mura, non riuscirono a distinguere i loro compagni che gli stavano a fianco.
   
Scoccò la mezzanotte e, se non fosse stato per i rintocchi della campana dell’orologio, i soldati non avrebbero saputo che ore fossero. La pioggia non cessò di diminuire, anzi si intensificò ancor di più. Del nemico non si scorse nessuna traccia, e all’orizzonte non si videro segnali di movimento. Il capitano Hàrul e il suo amico Icardor, avviluppati in grossi mantelli con cappuccio, parlavano ad alta voce per contrastare il rumore della pioggia ed il rombo dei tuoni che avevano cominciato a succedersi velocemente.
“Forse non verranno!” esclamò Icardor tutto inzuppato; si sentiva raggelare sino al midollo.
“Forse! Ma non dobbiamo abbassare la guardia!” ribatté Hàrul. “L’alba è ancora lontana!”
Giunsero le due di notte, e ancora non si scorse alcun segno di nemici.
Le nuvole cominciarono a disperdersi, e la pioggia cominciò a cader meno.
Le stelle ripresero a comparire nel cielo, e il loro chiarore rincuorò un po' i soldati.
   
Alle tre del mattino, quando tutti pensavano che oramai il nemico non avrebbe fatto la sua comparsa, si udì lungi dalle mura lo squillo di un corno. Tutti trasalirono, ma allorquando il corno squillo una seconda volta, s’accorsero che non suonava la carica né la sfida. Messisi con più attenzione all’ascolto, realizzarono che si trattava di un loro corno, e chi lo suonava era un cavaliere della loro città che galoppava nell’oscurità in sella ad un dusolino. In quel momento una sentinella dall’alto dei bastioni levò alta la mano e domandò urlando: “Sotto quale vessillo cavalcate?”
Il cavaliere si arrestò, alzò il vessillo che teneva nella mano destra e rispose orgoglioso: “Sotto il vessillo della Città della Luna! Sono Rotsad figlio di Ifomet, vengo da due miglia di distanza da qui, ed ho cavalcato velocemente! Il nemico non marcerà su Mun stanotte. I soldati di Adamastor e alcuni Orchi giacciono riversi a terra privi di vita! Cosa sia accaduto non so, ma l’ho visto con i miei stessi occhi!”
“Come possiamo credere alle vostre parole?” fece Hàrul sporgendosi dal parapetto. “Chi ci dice che stiate dicendo la verità? Chi ci rassicura che le vostre parole rassicuranti non siano un pretesto per farci aprire i cancelli e permettervi di entrare in città per assassinare il Signore di Mun per conto del Sire di Adamastor?”
“Lo giuro sul mio onore! Io sono un soldato del Signore di Mun!” fece Rotsad, quindi smontò da cavallo, recando con sé il vessillo di Mun. Un arciere si avvicinò in quel momento ad Hàrul e disse. “Mio signore, io conosco quest’uomo! Egli ha servito il vessillo di Mun per molti anni e vi è sempre stato un fedele soldato del Re! Non credo che le parole che ha detto siano ingannevoli!”
“Se garantisci tu per lui, allora va bene!” replicò Hàrul, dando ordine che venissero aperti i cancelli.
L’araldo entrò a Mun, ma gli arcieri sulle mura non smisero dal tenerlo sotto tiro.
Venne chiamato il Re, il quale dopo una ventina di minuti arrivò ai cancelli. Egli si avvicinò all’araldo e questi, quando ebbe riconosciuto il suo Signore, si mise una mano sul cuore e si inchinò profondamente: “Salute a voi mio Signore!”
“Parla!” lo esortò il Re impaziente. “Mi è stato riferito che hai veduto l’esercito del nemico distrutto! È vero?”
“Sì, mio Signore!”
Allora Hàrul, per sincerarsi che l’altro dicesse il vero, propose ai suoi cavalieri di galoppare sino al campo nemico.
Ma Niago, volgendo all’araldo uno sguardo carico di sospetto, disse: “E se è una trappola? Per spingerci a ispezionare ed assalirci?”
“Avete ragione a preoccuparvi!” replicò il capitano. “Tuttavia occorre in qualche modo comprovare le parole di quell’uomo. Per questo andrò da solo!”
Così, nonostante la contrarietà dei suoi, Hàrul si ammantò con una cappa nera e salì in sella ad un dusolino riposato. S’alzò poi il cappuccio sulla testa e, ordinando e facendo promettere sia ai suoi che ai soldati di Mun di non seguirlo, andò incontro al cancello. Superato il suo uscio, scomparve nelle tenebre e galoppò veloce nella notte. Aveva oramai percorso tre miglia, quand’ecco che[...]



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