La Separazione dell'Essere: elemento necessario per passare dalla trascendenza all’immanenza
Dalla frammentazione del divino all’origine del cosmo: un viaggio tra simbolo, mito e scienza alla ricerca del senso nascosto della creazione.
22 Jul 2025
Gianluca Vincenzo Liserra
4 min di lettura
Blog
La Separazione dell'Essere: elemento necessario per passare dalla trascendenza all’immanenza
Nei miti antichi, il tema delle divinità che vengono separate, o del Dio supremo che si separa da una parte di sé stesso, è abbastanza ricorrente.
Rimandi simili li possiamo trovare nell’antica religione egizia, dove Nut (dea del cielo) e Geb (dio della terra) in principio sono uniti in un inseparabile abbraccio, e solo dopo la loro separazione ordinata da Ra (o Atum a seconda della versione del mito), e messa in atto da Shu (dio dell’aria), viene ad essere originato il Cosmo (inteso come ordine).
Anche l’Enuma Elish (il poema babilonese della creazione) menziona all’inizio l’unità primordiale incarnata da Tiamat, recisa in due dal dio Marduk il quale crea il cielo e la terra dando origine anche qui all’universo ordinato.
Stessa cosa la si può riscontrare nella tradizione norrena con il mito di Ymir, al mito greco di Urano e Gea (che ricorda molto da vicino quello egiziano di Nut e Geb), nell’induismo con molteplici miti tra cui quello di Purusa, nella Qabbalah ebraica con l’Ein Sof che si ritrae per separarsi dal Vuoto.
Anche nella mitologia che ho creato per il Continente di Edelëas l’Ente Supremo (Eàhteril) si separa di una sua parte chiamata Ardìl in fèrathon (la lingua degli Stregoni Bianchi) per permettere l’esistenza dell’Universo ordinato.
La lista sarebbe ancora lunga ma, siccome prenderebbe molto spazio, rimando alla curiosità del lettore l’approfondimento dei vari miti.
L’archetipo dell’Ordo ab Chao (l’Ordine dal Caos), è alla base delle cosmogonie e teogonie di moltissime culture, ed è interessante notare come il Caos sia quasi sempre associato all’Unità.
Un concetto davvero contro intuitivo, in quanto l’Unità (nella nostra esperienza quotidiana) richiama invece l’ordine, l’assenza di conflitti, la pace.
Quindi come mai l’ordine sta nella molteplicità e non nell’Unità? Come mai la divinità primordiale non-duale è rappresentata come caotica?
Siamo quindi sicuri che quando gli antichi parlavano di Caos lo concepissero come noi lo concepiamo oggigiorno?
La risposta è, ovviamente, no!
Se andiamo ad analizzare il concetto di Caos per la cultura greca (da cui ha avuto origine tale parola), notiamo subito che non veniva concepito come uno “sconquasso”, una “confusione assoluta”, un “disordine totale”.
Per i Greci il Caos stava ad indicare l’Abisso che era matrice della creazione, lo spazio indefinito, aperto e ricettivo da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna.
Questa visione del Caos da parte dei Greci rimanda, nella cosmologia di Edelëas, all’Ardìl di Eàhteril di cui ho parlato prima.
Tale elemento, detto anche Sangue di Luce, lo descrivo come una sorta “mare lucente in ebollizione”, da cui poi prendono forma per mezzo della vibrazione piccoli frammenti di “ghiaccio” che, unendosi tra loro, formano gli enti del Creato.
Questa visione, a dire il vero, come spiego nell’Introduzione de La Musica di Ïlmatal, non l’ho concepita basandomi sulle mitologie antiche, quanto piuttosto ammantando per mezzo del simbolo e dell’allegoria l’idea scientifica del Vuoto Quantico.
Infatti, se andiamo a leggere qualcosa in proposito, notiamo subito che il Vuoto, a livello quantico, non è vacuo, quanto piuttosto permeato da un’energia (seppur minima) in perenne fluttuazione, da cui si originano quelle che vengono chiamate particelle transitorie chiamate virtuali.
Quest’ultime non devono essere intese come immaginarie, bensì reali!
In determinate condizioni (cioè quando c’è una fonte di energia esterna), dal Vuoto Quantico possono emergere coppie di particelle reali come Positrone (detto anche Anti-Elettrone) ed Elettrone.
Questa energia esterna, nel mio mito, viene ad essere incarnata dalla Musica intonata da Ïlmatal, primo ente metafisico femminile, così come la tradizione biblica vuole che la Sapienza (Sofia) abbia fatto da amōn (tradotto in italiano come Architetto o Armonizzatrice) a Dio, o come nello Shivaismo e nel Tantrismo indù Shakti simboleggi proprio l’energia ordinatrice e armonizzante dell’Universo.
Dunque le cosmologie antiche, e la mia più fantasy e moderna, possono essere considerate dei tentativi di spiegare concetti che solo adesso, con le moderne teorie quantistiche, stiamo riscoprendo con un altro linguaggio.
Un tempo si usavano simboli e allegorie, oggi invece la matematica.
Quindi possiamo affermare che i miti non sono affatto ciò che molti oggigiorno pensano, e cioè storie inventate per spiegare i fenomeni della natura prive di qualsiasi fondamento.
Bensì sono scienza sotto altra veste; una veste che, per coloro che non si accontentano di nuotare in superficie, ma prendono fiato e son disposti ad immergersi nelle sue vaste trame, diventa seta trasparente e, in questa trasparenza, il mito diventa rivelazione.