Pedagogia del Racconto: Dalla Fiaba alla Mitopoiesi Contemporanea
Come le storie educano la mente e risvegliano il pensiero archetipico
14 Jul 2025
Gianluca Vincenzo Liserra
4 min di lettura
Blog
Pedagogia del Racconto: Dalla Fiaba alla Mitopoiesi Contemporanea
Il pedagogista statunitense Jerome Bruner, nel suo saggio “La Cultura dell’Educazione” (1996), asseriva che le fiabe non sono semplici racconti per bambini, ma sistemi cognitivi fondamentali.
Il pensiero narrativo è per Bruner basilare, tanto ch’egli invita ad una pedagogia del racconto. Ciononostante la fiaba, secondo Bruner, ad un certo punto dello sviluppo umano viene trascesa (non superata) per essere integrata con strutture di pensiero molto più complesse.
Bruner dunque asseriva che la fiaba non fossero altro che fondamenta necessarie, pur rimanendo forme simboliche vitali anche per l’adulto nella sua ottica di educazione permanente dell’essere umano.
Al giorno d’oggi questa visione è universalmente accetta, ma la maggior parte degli adulti relegano le fiabe solo a necessari racconti infantili per bambini e niente più.
Tuttavia, la complessità di pensiero, noi possiamo ritrovarla nelle fiabe stesse, quelle non adulterate e adattate per un pubblico infantile, poiché soggette a diversi livelli di interpretazione.
Quello morale è sicuramente quello più immediato, e che per l’appunto è quello più facilmente appreso dai bambini.
Tuttavia, oltre ciò, ci sono simboli all’apparenza banali che però trascendono la loro oggettività o il loro essere cornice narrativa, diventando archetipi universali.
Così Draghi e Unicorni, eroici cavalieri e demoni, castelli e foreste, cascate, Stregoni. Elfi, Fate e Gnomi incarnano principi archetipici, la cui conoscenza è fondamentale per la riflessione ontologica umana e l’esplorazione del nostro mondo interiore!
Gli antichi conoscevano già queste realtà, tanto che le loro fiabe erano i miti, i quali raccontavano sì in maniera superficiale le vicende di dèi ed eroi, ma mettevano in luce a chi sapeva leggere e penetrare il mistero, attraverso i loro simboli, elementi psichici che altrimenti non potevano essere trasmessi, lasciando all’ascoltatore il delicato e fatico lavoro d’interpretazione.
Al giorno d’oggi invece, che vogliamo tutto facilitato, e che lo sforzo intellettivo è sostituito dall’acquisizione mnemonica di dati facendo della mente una banca come criticato da Paulo Freire, i miti e le fiabe sono considerati solo la base di partenza per il pensiero narrativo, che deve inevitabilmente portare alla chiarezza logica senza ambiguità.
Ma l’ambiguità illogica, nel racconto, è strumento necessario, poiché in tutti i sistemi d’insegnamento quello che è apparente errore può suscitare la curiosità, la quale è alla base dell’indagine e dunque della scoperta.
Un esempio tra tutti, che però non voglio mettermi qui ad esaminare perché l’ho fatto in altra sede (e anche perché vorrei che chi leggesse questo post si soffermasse a riflettere con i propri strumenti), è il termine biblico Elohim che compare nelle primissime pagine del mito della Genesi.
Un sostantivo plurale sempre accompagnato da un predicato singolare... una concordanza davvero strana da concepire.
Possibile dunque che l’autore originale non abbia provveduto a correggerla una volta riletto il testo?
Oppure questa ambiguità è stata messa lì di proposito per rimandare ad altro?
Miti e fiabe, e racconti religiosi, sono indubbiamente più che semplici storie... sono metastorie impregnate di un ricco simbolismo che sicuramente il bambino riesce ad afferrare immediatamente, ma che l’adulto (man mano che cresce) dimentica, preferendo un linguaggio logico-razionale che gli fa perdere indubbiamente la parte intuitiva, quella che chiamo anche Pre-Conscia.
Qui ci viene in aiuto il fantasy, che ancora oggi in Italia è visto dai più, ahimè!, come una letteratura per bambini e ragazzi. Genere da molti adulti rifiutato perché distaccato dalla realtà e per questo ritenuto non abbastanza sofisticato.
Eppure il fantasy più alto (non quello da consumo o intrattenimento che asseconda i gusti di un mercato saturo di superficialità), non è affatto distaccato dalla realtà, né è per nulla basico, anzi è complesso, mitopoietico, archetipico e metafisico.
I buoni racconti fantasy, se letti su più chiavi di livello, sono quelli che possono dare un senso alla nostra visione del mondo e di noi stessi, facendoci accantonare l’iperlogicità per ascoltare quell’altro emisfero di cervello che è sempre più atrofizzato, il quale se esercitato ci permette di vedere al di là del velo un mondo contro-intuitivo che è alla base della nostra realtà e percezione.
Il fantasy può assurgere dunque a mito moderno, pur riprendendo simboli antichi per trasmettere valori e conoscenze contemporanee.
Si può parlare di spiritualità, di fisica quantistica, di filosofia, di politica, di sociologia, di educazione e di dominio attraverso racconti che trascendono il vissuto personale per diventare universali: nuove e non edulcorate fiabe che parlano anche agli adulti, e che tracciano una rotta verso quell’orizzonte di senso oggigiorno sempre più soffocato dal materialismo e dal meccanicismo, ma che tanta gente (soprattutto giovani) tenta di ritrovare in una società priva di timonieri.